ScienzaOggi


>> Nei crateri polari della Luna cariche elettriche
aprile 20, 2010, 4:28 pm
Filed under: Scienze Astronomiche

Sull’illustre e insigne Journal of Geophysical Research è stato pubblicato, in data 24 Marzo, un accurato e interessante articolo riguardo una complessa ricerca sui crateri della Luna. Autore di tale testo è William Farrell, scienziato per conto della Nasa a Greenbelt, al Goddard Space Flight Center. Questo articolo riassume in modo scarno e sintetico il progetto denominato DREAM, acronimo di Dynamic Response of the Enviroment and the Moon, tuttora in atto negli articolati laboratori del Lunar Science Institute. Gli studiosi congetturano che molti crateri delle regioni boreali e polari del nostro satellite sarebbero dotati di una potente carica elettrica che raggiungerebbe picchi altissimi, fino a lambire i 100 Volt. Questa carica dovrebbe dunque provenire dal rinomato vento solare che, assieme a tutti i corpi celesti orbitanti il Sole, investe le regioni polari della Luna, come fra l’altro tutta la superficie. La nostra stella emette e irradia perpetuamente un flusso costante di atomi caricati elettricamente, quali ioni positivi ed elettroni, i quali raggiungono i Poli lunari percorrendo un percorso non affatto tortuoso, anzi, quasi orizzontale. Può dunque dirsi un susseguirsi di notizie atipiche, dato che negli ultimi mesi aveva suscita scalpore ed euforia la presunta scoperta di materiale ghiacciato simile in alcuni crateri del nostro avverso e misterioso satellite e il loro impatto non viene attutito dall’esigua atmosfera. Ci dobbiamo dunque preparare, come asserisce la Nasa, ha elaborare una missione esplorativa che tenga conto di questi cospicui particolari: tutta la strumentazione elettronica può dimostrarsi fragile a tale ambiente ed essere ‘logorata’ dalle scariche statiche. Le polveri lunari caricate elettronicamente potrebbero risultare dannose se inalate per lungo periodo e potrebbero perforare minuziosamente le tute degli astronauti. I ricercatori hanno condotto attente simulazioni per scoprire l’effetto del vento solare sui bordi di un cratere di medie dimensioni. Il fenomeno appare analogo ai venti terrestri, tranne gli effetti dovuti alla sua carica elettrica. Poiché gli elettroni sono 1000 volte più leggeri degli ioni positivi, essi si ammassano facilmente in monumentali coacervi, che danno vita ad una mastodontica carica elettrica convertita negativamente, che si diffonde in tutto il cratere. I calcoli affermano che questo effetto è precipuamente marcato nei bordi dei crateri che risultano subire l’azione dei venti solari. Il prossimo passo è realizzare modelli più articoli aspettando il 2012 quando la NASA lancerà la missione LADEE (Lunar Atmosphere and Dust Environment Explorer) che dall’orbita lunare ci fornirà nuovi dati.



>> L’orazione di Barack Obama sul futuro dell’esplorazione spaziale
aprile 17, 2010, 4:05 pm
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di Pietro Capuozzo

La Nasa ha fornito un’argomentazione insolita e rivoluzionaria: portare degli esseri inanimati, gli automi, sulla ISS per un ‘soggiorno’ perpetuo. Il Robonaut 2 verrà ubicato nella Stazione Spaziale Internazionale a Settembre, a bordo dell’ultimo Space Shuttle, quello di cui usufruirà la missione STS-133. Bisogna però partire dal presupposto che le condizioni di micro-gravità che caratterizzano la ISS devono essere controbilanciate con particolari requisiti. Perciò si è pensato di farlo dimorare nell’attiguo laboratorio americano Destiny, il quale si vedrà protagonista degli eventuali aggiornamenti. 

Questa sistemazione sarà però provvisoria, in attesa del suo dislocamento, che avverrà quando sarà pronto per svolgere funzioni anche nello spazio infinito. Il direttore dell’Exploration Systems Integration Office a Washington, John Olson, asserisce: “Il potenziale combinato di umani e androidi è un esempio precipuo della somma che vale più delle parti. Questo ci accondiscenderà di arrivare più lontano e di ottenere più di quanto probabilmente potremmo ambire oggi. Si tratta di una sperimentazione estremamente significativa.

L’umanoide si comporta plagiando minuziosamente i comportamenti umani e perciò è capace di lavorare con strumenti elaborati per esseri animati. Sebbene il robot che vigilerà nella ISS non sarà particolarmente competente e perito a questo genere di lavoro, sperimentare la sua esperienza sulla Stazione Spaziale potrà portare gli scienziati a sviluppare androidi che ci rimpiazzeranno in un futuro non molto remoto. Così potremo dire che siamo stati surclassati da esseri di nostra ideazione.



>> Stupefacenti immagini della Nebulosa di Rosetta

di Pietro Capuozzo

Potrebbe essere descritta come un lussureggiante vivaio, dove nuove stelle vi germogliano propizie. Ci appare così un’immagine soave e poetica, che però si rivela molto confacente all’ultima scoperta del telescopio europeo Herschel di quanto potremmo mai immaginare. Il telescopio ha illuminato un remoto angolo della Nebulosa Rosetta (classificata come NGC 2237), un appartato spicchio della costellazione dell’Unicorno, il quale ha palesato agli astronomi un mondo meraviglioso, fitto di mastodontiche strutture cosmiche che ricordano vagamente enormi colonne che si ergono nello spazio. Ma queste, a differenza delle colonne del Partenone, sono delle culle per un coacervo di nuovi astri in via di formazione. Astri che, seppur piccoli, raggiungeranno i parametri del Sole e lo supereranno di oltre dieci volte. Alcune di loro hanno già raddoppiato le dimensioni della nostra stella.

 Un traguardo illustre per il Telescopio Spaziale Herschel, il quale ha usufruito delle sue rivoluzionarie dimensioni. Il suo specchio ha un diametro pari a 3 metri e mezzo, record impervio per gli altri telescopi. I suoi arduamente deperibili sensori, poi, sfruttano l’adoperata tecnica degli infrarossi (IR) per cogliere le più lontane e tenue emissioni di polveri e gas.

La nebulosa in questione, distante 5200 anni luce dalla Terra, ovvero 4.2944 parallassi di secondi d’arco (Parsec, comunemente abbreviato in “Pc”), possiede una quantità di gas, polveri e affini da poter procreare 10 mila nuovi corpi celesti. Questa nebulosa, scoperta nel 1871 dal grande astronomo americano Lewis A. Swift, è collocata ad una irrisoria distanza dall’Equatore Celeste (circa 5°). Questo particolare ci consente la possibilità di osservarla da qualsiasi luogo sulla Terra.  

Le sue dimensioni sono cospicue, poiché raggiunge i 100 mila anni luce (un millesimo rispetto alla Via Lattea). Queste osservazioni servono per capire come si formano le stelle nella nostra galassia e avere un’idea più precisa dei processi astrali in agglomerati stellari distanti.



>>Inibire l’auto-immunità priva di immunosoppressione

di Pietro Capuozzo

Un vaccino recentemente elaborato è riuscito nella tanto ambita aspirazione di abdicare il funesto diabete di tipologia 1 in un ipotetico modello di essere vivente animale infermo a causa della patologia.

Questa ricerca ha fornito all’umanità preziosi quanto encomiabili dati sulla fatidica disfunzione, nonché ha rivelato un illustre aspetto della patogenesi del riscontro auto-immunitario, il quale può fornirci un’attuale ed ormai eminente strategia terapeutica adibita per la cura di molte malattie di questo archetipo.

Il diabete di tipo 1 è un diffuso morbo immunitaria cronico, esito dell’annichilimento  delle cellule pancreatiche, le quali producono insulina rielaborata da specifiche cellule immunitarie.

<<Sfortunatamente, l’eliminazione di queste cellule che aggrediscono il pancreas non può essere effettuata senza eliminare anche le cellule affine che ci proteggono dalle infezioni e dai tumori>> ha spiegato Pere Santamaria, dell’Università Canadese di Calgary.

Il suo gruppo di ricercatori aspirava a trovare un modo per sostituire la soluzione auto-immune, dannosa per l’organismo. Si è successivamente scoperto che l’essere umano dispone di un meccanismo adibito a frenare la progressione della patologia nei suoi stadi precipui.

Essenzialmente esiste una lotta interna tra cellule pancreatiche che hanno un’inclinazione ad appoggiare la malattia con le stesse cellule più deboli che possiedono una vocazione verso il respingimento del morbo.

I ricercatori hanno accurato un vaccino basato su una nanotecnologia il quale seleziona cavillosamente le cellule benigne rendendole capaci di supplire i danni causati dalle cellule maligne.

Il prototipo consiste in migliaia di nanoparticelle velate da irrilevanti schegge di proteina, legati a molecole di MHC, le analoghe alle proteine sfruttate da un differente genere di globuli bianchi nel meccanismo di presentazione dell’antigene alle cellule pancreatiche nel processo di responso immunitario.

Usufruendo di un modello del diabete di tipo 1, i ricercatori sono venuti a conoscenza che il nanovaccino è in grado di decelerare la progressione della malattia nei topi prediabetici e di ristabilire il normale livello di glicemia nel sangue degli organismi.



>> Spiegato l’imperscrutabile sistema binario di Epsilon Aurigæ

di Pietro Capuozzo

Un nuovo strumento elaborato presso l’autorevole Università del Michigan ha permesso agli astronomi in questione di scrutare il cielo alla volta di un astruso e sibillino oggetto che adorna il Firmamento. 

La quinta stella in ordine di luminosità che costituisce la costellazione dell’Auriga è denominata Epsilon Aurigæ e rappresentava, fino a poco tempo fa, una realtà avversa agli scienziati, poiché non riuscivano a comprendere perché la sua luminosità fosse così esigua in rispondenza alla sua cospicua massa. Questo arcano affonda le sue radici alla prima metà del XIV.

Inoltre, si è registrato che ogni 27 anni la sua luminosità risenta di un ingente deperimento. Ciò ha portato gli astronomi a pensare che si trattasse di un ambiguo sistema binario, di cui ne contempliamo solo uno dei due corpi celesti.

Recentemente si è appurata e assodata un’eclissi, che ci ha permesso una visione più nitida della struttura.
La teoria che aveva preponderato fino ad ora congetturava che la stella nota avesse una “compagna” di dimensioni irrisorie, circondata da una fitta e intricata coltre di polvere interstellare. Quest’ultima sarebbe dovuta essere ubicata sullo stesso piano dell’orbita di Epsilon Aurigæ, la quale sarebbe dovuta essere situata sullo stesso piano di osservazione dal nostro pianeta. Un allineamento assai avviluppato nonché illogico e inverosimile. Eppure le nuove osservazioni hanno corroborato che esso si verifica effettivamente: passando di fronte a Epsilon Aurigæ è possibile osservare una sottile ma densa nube scura. 

<<Ciò indica che l’ipotesi era corretta, per quanto improbabile – ha spiegato John Monnier - Si tratta di un caso fortuito, che non risulta verificato altrove. Oltre a ciò il sistema appare in una peculiare fase dell’evoluzione stellare e il disco appare è molto più piatto di quanto ritenuto finora.>>

Monnier ha preso le redini per la realizzazione del MIRC, l’efficientissimo interferometro utilizzato per produrre le immagini combinando la radiazione catturata da quattro telescopi dell’Università della Georgia. Il complesso prende il nome di CHARA.



>> Nuova classificazione di stelle: nascono le ‘elettrodeboli’

di Pietro Capuozzo

Anche le stelle hanno un vita. Una vita che appare interminabile, ammettiamolo pure, ma che è delimitata da un inizio e una fine. La durata di questo ciclo vitale varia a seconda della massa che una stella possiede al momento della sua creazione. Le stelle che non sono caratterizzate da mastodontiche dimensioni – è il caso delle nane brune, delle nane rosse, delle nane gialle e delle nane bianche – appaiono più longeve. Al contrario, le stelle più imponenti hanno vita breve: la loro età media è di 1 miliardo di anni, un periodo insignificante rispetto agli 11 miliardi delle stelle esigue. Ciò perché le stelle più grandi hanno una pressione e una temperatura all’interno del nucleo perennemente elevate, e i loro ritmi di combustione nucleare, ovvero di idrogeno ed elio, sono più vigorosi e perciò le componenti si esauriscono prima. La stella più vecchia è nata assieme al Big Bang, 13.7 miliardi di anni fa, al principio dell’Universo.

Le stelle dotate di masse elevatissime periscono e soccombono in stelle di neutroni, provvedute di una densità irrosoria, o creano buchi neri. Le stelle meno dense si evolvono in nane nere. Tuttavia il 95% delle stelle muoiono come nane bianche. Altre ancora esplodono in nebulose planetarie.

 

Al giorno d’oggi, un drappello di ricercatori della Case Western Reserve University ipotizza che certune stelle masicce possano seguire un altro tipo di vita,  lungo alcuni milioni di anni, sotto forma di stelle elettrodeboli. 

Secondo Glenn Starkman, che ha accuratamente diretto le ricerche, la densità e le temperature estremamente elevate che vengono censite nel corso del fatidico collasso della stella potrebbero portare alla conversione totale dei quark – una particella elementare leggera – in leptoni. L’energia prodotta da questo fenomeno potrebbe interrompere, se sufficiente, il cedimento della stella stessa, eludendole perciò una fine disastrosa.

Una cospicua percentuale dell’energia prodotta dall’impeto e dalla veemenza di queste nuove stelle sarebbe rilasciata sotto forma di neutrini, dalla massa impercettibile. Un’altra frazione dell’energia totale, secondo lo studio pubblicato dal gruppo di ricercatori, sarebbe alterata in radiazione luminosa che dovrebbe portare un’impronta spettrale tale da indicarne l’origine e permetterne la distinzione dalle altre classificazioni di stelle. 

Secondo le analisi di Starkman, la durata della  vita di queste stelle testualmente in dissoluzione dovrebbe essere dell’ordine della decine di milioni di anni, un tempo interminabile se osservato da un occhio umano, ma estremamente breve rispetto alla durata di vita di una stella.



>> Scoperta galassia: produce 250 Soli ogni anno
aprile 5, 2010, 4:48 pm
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di Pietro Capuozzo

imageE’ stata chiamata SMM J2135-0102. Ma questo apparente coacervo di cifre e lettere nasconde un’inconsueta verità.

La galassia è stata ripresa per la prima volta in tempi molto recenti, usufruendo della cospicua potenza del telescopio spaziale Apex. Gli astronomi in questiono sono riusciti ad ottenere misurazioni dettagliate e accurate delle dimensioni e della luminosità di molte regioni di massa stellare, sebbene la galassia sia talmente distante che ciò che vediamo oggi è l’immagine cristallizzata di come appariva 10 miliardi di anni fa. Per semplificare, oggi potrebbe contenere un buco nero a nostra totale indifferenza. Ciò avviene poiché la luce, sebbene viaggi ad una velocità che non è ancora stata raggiunta da apparecchi artificiali, per coprire distanze enormi impiega del tempo – relativamente esiguo.

Alcune lenti gravitazionali cosmiche ci forniscono un’immagine così ravvicinata che sarebbe altrimenti impossibile da ottenere. Questi complessi frutti dell’inventiva umana hanno rivelato una frenetica e irrefrenabile formazione stellare in  molte galassie, o solo zone  di esse, dell’universo acnestrale, con vivai di stelle che si formano cento volte più celermente rispetto alle galassie più giovani.

Il telescopio Atacama Pathfinder Experiment, ubicato sulle Ande Cilene ad un’altitudine pari a 5mila metri, era dedito ad osservare un massiccio ammasso galattico a lunghezze d’onda submillimetriche, quando ha identificato una galassia non classificata e dotata di una mastodontica brillantezza, più distante da noi rispetto all’ammasso stellare in questione e rientra tra le più brillanti formazioni stellari (agglomerati di stelle) mai osservate. La luminosità è dovuta principalmente al fatto che la polvere interstellare brilla a seguito di essere stata riscaldati dalla luce stellare. «Stimiamo che la nuova galassia stia producendo stelle a un ritmo equivalente a circa 250 soli all’anno>> ci informa Carlos De Breuck, uno degli scopritori. <<La formazione stellare nella sua nube più grande è differente da quella nell’universo locale, ma le nostre osservazioni suggeriscono anche che dovremmo essere in grado di usare una fisica di base simile a quella delle più dense regioni di formazione stellare nella galassie vicine per capire come nascono le stelle in queste galassie più distanti».

La nuova galassia SMM J2135-0102 deve la sua brillantezza proprio all’ammasso di galassie che si trova in primo piano. La sua enorme massa curva la luce della galassia più distante, funzionando come una lente gravitazionale. Affine ad un telescopio, ingrandisce e rende più brillante la galassia distante e grazie al fortuito allineamento fra l’ammasso e la galassia distante, quest’ultima viene ingrandita di 32 volte. «L’ingrandimento ci mostra la galassia con un dettaglio senza precedenti, anche se è così distante che la sua luce ha impiegato circa 10 miliardi di anni a raggiungerci» spiega Mark Swinbank dell’università di Durham. L’ingrandimento ha permesso di comprendere che le nubi formatesi per evoluzione stellare possono essere individuate all’interno della galassia, fino a una scala minima di alcune centinaia di anni luce, quasi le stesse dimensioni delle nubi giganti nella nostra Via Lattea. Le dimensioni ricordano vagamente i canoni della nostra galassia, ma sono cento volte più luminose, il che suggerisce che la formazione stellare nelle prime fasi di vita di queste galassie sia un processo molto più vigoroso di quello tipicamente visto nelle galassie più vicine a noi sia nello spazio che nel tempo.



>>Trovato l’anello mancante tra scimmie e uomini

di Pietro Capuozzo

Il fatidico anello mancante tra la scimmia e l’uomo sarebbe stato finalmente trovato. Si tratta di una nuova specie di ominide, un bambino, di cui non è ancora trapelato molto. E’ con grande ansia che il mondo aspetta l’attiguo giovedì, data in cui l’esemplare sarà esposto a un cospicuo pubblico. La nuova specie si colloca, basandola sull’evoluzione e sulla comparsa temporale, tra l’australopiteco presente in territorio africano circa 3,86 milioni di anni fa, durante il periodo Cenozoico,  e l’Homo Habilis, uno tra i  nostri primi antenati di 2,5 milioni di anni fa.

La nuova specie non è ancora stata classificata. Autore del celebre ritrovamento è stato il sudafricano Lee Berger, docente all’università di Witwatersrand di Johannesburg. La scoperta, secondo fonti alquanto attendibili, è stata compiuta nella mastodontica caverna di Malacapa, nell’area sudafricana di Sterkfontein. Il professor Berger, affiancato dai suoi collaboratori, non hanno ancora rilasciato dichiarazioni sull’entità del rinvenimento, ma nella comunità internazionale l’aspettativa è molto elevata. Si ritiene che, se la scoperta colmasse davvero alcune lacune nella catena evolutiva che ci ha portati ad essere, nel bene e nel male, quello che siamo oggi, l’intera storia dell’evoluzione potrebbe essere essere unita, in modo da formare un’ipotesi coesa. 

Resti di specie analoghe erano stati già rinvenuti in passato, ma si è sempre trattato di ritrovamenti insignificanti, spesso singole ossa. Esperti che hanno visto lo scheletro della recente ramificazione animale, dicono che presenta caratteristiche simili a quelle dell’Homo Habilis, e aggiungono che potrebbe gettare luce sul periodo in cui i nostri antenati cominciarono a camminare in posizione eretta. Il professore Phillip Tobias, un antropologo che è stato fra i primi a identificare l’Homo Habilis come una specie da cui discende l’uomo nel 1964, ha celebrato la scoperta con eccessivo fervore. <<Scoprire un intero scheletro, invece di un paio di denti o un osso di un braccio, è una rarità>>, ha commentato alla stampa anglosassone. <<Un conto è trovare una mascella con un paio di denti, un altro trovare una mascella attaccata a un teschio, e tutti e due attaccati a una colonna vertebrale, un bacino e delle ossa pelviche>>

Lo scheletro è stato trovato in una cava di calcare, che si ritiene abbia riparato i resti dagli elementi naturali e li abbia preservati intatti. Da qui in avanti, le ricerche all’interno di grotte ospitali si faranno più frequenti.

Il dottor Simon Underdown, della Oxford Brookes University, ha espresso il suo parere: «Un ritrovamento di questo tipo può veramente aumentare la conoscenza dei nostri primi antenati, in un’epoca in cui cominciarono a essere riconoscibili come uomini». Nel 1994, nella stessa zona, fu trovato un fossile quasi completo di un Australopiteco risalente a 3,3 milioni di anni fa.




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